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Campane e campanili
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Con le sue innumerevoli chiese (di cui 48 con il titolo di basilica), a Roma le campane non mancano - ma, grazie ad una disposizione ecclesiastica che ne vieta l’uso prima delle sette del mattino, il sonno è salvo - . In passato, quando la città era meno rumorosa e il termine ‘inquinamento acustico’ era di là da venir coniato, le campane erano la colonna sonora della vita di ogni giorno. Erano anche il mezzo più rapido e diffuso per comunicare eventi più o meno fausti: elezioni e morti di papi, chiamata alle armi per difendere la città in caso di invasione nemica, pestilenze. La gente ne riconosceva la ‘voce’ e, con essa, la mano del campanaro. I romani affibbiavano connotazioni evocative ai timbri delle diverse campane: la campana grande di Santa Maria Maggiore, ad esempio, sembrava loro che annunciasse un gustoso piatto ad ogni tiro di corda: "avemo fatto li facioli, avemo fatto li facioli". Affamato interveniva il campanone di San Giovanni: "co’ che? co’ che?". Rispondeva una campanella della vicina Santa Croce in Gerusalemme: "co’ le cotichelle, co’ le cotichelle". E l’immaginazione si scatenava sempre in campo mangereccio, data la fame cronica del popolo. Non si salvava dunque la campana di Santa
Maria in Trastevere, il cui scampanio
era interpretato come se la campana domandasse: "’ndò se magna la
pulenta ? ‘ndò se magna la pulenta?" E il campanone di San
Pietro rispondeva col suo vocione:
"in Borgo, in Borgo, in Borgo". Santi
Quattro Coronati, del XII secolo. |